HeArt Gift

 

Bambini, ragazzi, adolescenti. Linfa del genere umano; seme di potenziale fecondità, di bellezza, di produttività, di provvidenza.
C’è tanto bisogno, nel mondo, di arte che trasformi il talento in fonte di sussistenza.
Spesso, in molti angoli del pianeta, una gran parte della popolazione non può accedere ai mezzi idonei perché questa metamorfosi accada.

Sono stato bambino anche io, ovvio. Adolescente per poco tempo, avendo precocemente intrapreso la carriera di musicista.
Un bambino fortunato, certo, perché venuto alla luce in quella che si direbbe un’ ottima famiglia con una madre preside (adorata) e un padre imprenditore (che mi ha avvolto d’affetto infinito). Ma, nella fortuna di essere nato avvolto da un amore quasi commovente, conobbi le piaghe del lutto in età acerba per la perdita del mio papà. Patii quindi un disagio cocente, infiammato dalla mancanza improvvisa di un così importante fulcro di affetto.

Qualche inevitabile vuoto materiale che ne derivò non fu mai di peso,  colmato dallo straordinario miracolo di una presenza materna che sopperì a qualunque lacuna.

Quell’ amore  ancora oggi vibra fra le sei corde del mio strumento, danzando carezzevole nella cassa armonica della fedele compagna di vita.

Un amore il cui abbraccio tenero mi avvolge costantemente, seppur a distanza.

Lo stesso amore che – con immensi, inimmaginabili sacrifici –  permise alla mia ineguagliabile madre di acquistare, un po’ alla volta, la prima chitarra.

Un oggetto la cui forma sinuosa mai vista prima mi affascinò sin dall’età di sette anni, folgorandomi dall’alto di una vetrina, appesa al filo in un bazar di Congonhas (mia città natale) che vendeva di tutto, tranne musica.

Ebbene: la mia storia di concertista, e poi studente disciplinato,  e poi giovanissimo concertista e poi ancora vincitore poco più che quindicenne del più prestigioso  concorso internazionale di Chitarra, parte da lì.

Anzi, forse…da ancora prima: dallo sguardo, tenerissimo, di mia madre che mi tiene in braccio appena nato. So che sembra impossibile ma…è come se quello sguardo avesse lasciato una indelebile impronta interiore e fosse, da allora, costantemente dentro e su di me. Ancora oggi, quello sguardo, alimenta la mia anima curiosa e mai sazia di fanciullo.

Ecco: dedico tutto a lei, attraverso il me più puro,  lo stesso fanciullo di allora.

Che si è visto pian piano, crescendo, maturando (mai inebriato di fama e di allori), come un campesino con in mano un mappamondo al posto di un cesto, camminando sulla radura sterminata dell’esistere, a seminare, seminare, seminare.

Ecco perché, da anni, il sogno che man mano ha preso forma di visione, dipanando sempre più la foschia del tempo, è quello di una Fondazione che sostenga i giovani e i giovanissimi di talento con disagiate situazioni famigliari o sociali alle spalle.

Una sorta di “Spa” artistica, un “centro Benessere” spirituale dove, alimentando disciplina, impegno, studio (senza per questo mortificare creatività e libero arbitrio), ogni capacità innata, dote e inclinazione naturale, venga guidata, formata, educata e dunque, infine, incanalata verso progetti lavorativi e professionali; laddove cultura, conoscenza e arte diventino prosperità, abbondanza e crescita, economica oltre che di valori.

Strappare i bimbi all’affanno dei loro contesti, alla strada, all’indigenza, o ai vicoli bui di un destino altrimenti segnato – magari – da violenza, povertà, vuoto esistenziale di valori oltreché voragini finanziarie, è la prima luminosa, energetica scintilla che ha acceso il desiderio di istituire e rendere subito operativa questa Fondazione.

Nella Musica (o in uno strumento e in forme d’arte affini e collaterali,  che creino, comunichino, compongano) c’è il sostentamento. C’è il futuro.

C’è un futuro che è già presente.

E c’è, soprattutto, il riscatto da un cammino che sarebbe – altrimenti – calvario.

Nell’artista di oggi, che gira il mondo da oltre quarant’anni, quel fanciullino è rimasto vigile e attento. E, nella fortuna di aver  gratuitamente ricevuto (oltre tanto amore) un talento in dono, non può far altro che condividerlo.

Continuando a seminare, seminare, seminare; per raccogliere, un giorno, tutti insieme.

(editing Anita Margherita Luisa Madaluni)